a cura di Roberto Borghi
dal 2 al 25 marzo 2017

Il sottotitolo della mostra di Fiorella Cicardi, Bruciare con l’acqua lavare col fuoco, attinge il suo senso dalla tradizione simbolica di ambito iniziatico e, per certi versi, alchemico nella quale si inseriscono le ricerche di questa artista che è stata allieva di Luciano Fabro all’Accademia di Brera.

Bruciare con l’acqua lavare col fuoco è anche il titolo di un’opera dedicata al quartiere NoLo – Nord Loreto, nel quale si trova lo Spazio DoloMiti. Questa nuova identità urbana, secondo Fiorella Cicardi, avrebbe bisogno di un ripensamento non solo in termini sociali ed economici, ma anche simbolici. Un territorio, nel pensiero dell’artista, è anzitutto un’entità caratterizzata da fattori energetici presenti nella sua conformazione naturale e nel tracciato dei suoi confini. La sua conformazione lineare, la sua geometria di fondo, è portatrice di un significato da individuare attraverso un processo di catarsi (bruciare… lavare…) delle molte interpretazioni effimere di ordine meramente socio-economico.

La mostra presso lo Spazio DoloMiti proporrà altre due opere scultoree di Fiorella Cicardi. Realizzata in ardesia, 72 raffigura un pentagono ripartito in 72 raggi. Elementum è invece composta da 5 elementi di marmo bianco in cui tornano protagonisti i numeri 7 e 2, stavolta intesi come raddoppiamento del 7, così che «i due 7 uniti a quadratura – scrive l’artista – simboleggino l’unione della terra col cielo in un infinito spasmo in movimento che tende alla perfezione».

Un disegno aperto

Potremmo osservare le opere di Fiorella Cicardi essendo all’oscuro delle loro premesse teoriche. Ciò che vedremmo, in questo caso, sarebbero delle sculture nette, massicce, anche se non di grandi dimensioni, minuziosamente plasmate, quasi polite. Sculture da parete, se la parete fosse in grado di reggerle, o da pavimento: sculture piane, o meglio superfici scolpite, forse per essere più efficacemente disegnate.
La prima forte sensazione è che il lavoro di quest’artista consista anzitutto nel conferire plasticità al disegno, e che perciò sia in primo luogo disegno. Ma – sarebbe lecito chiedersi – non avviene sempre così in scultura? Io però sto parlando di qualcosa di diverso dall’attività di progettazione su carta di una scultura, che peraltro mi sembra piuttosto in disuso già da qualche decennio tra i pochi artisti che si definiscono scultori. No, in questo caso l’impressione è che il disegno sia il dato primario, l’elemento fondamentale che, per manifestarsi in maniera più icastica, si deve imprimere, o si deve far sbozzare, nella pietra.
L’effetto insomma è da tavole della legge, ma una legge appunto disegnata invece che scritta. Si intuisce poi che questa legge, questa dimensione normativa, è innestata su di una geometria dall’evidente valenza simbolica. Non volendosi inoltrare nella lettura di tale simbologia, si potrebbe comunque percepire la forza inquisitoria del simbolo: nel senso che i simboli, quando sono tali, pongono domande; la qualità simbolica dei simboli, passatemi l’inevitabile gioco di parole, dipende anzi dalla qualità – in termini di profondità, di incisività – degli interrogativi che sanno suscitare.
Potremmo invece osservare le opere di Fiorella essendo a conoscenza dei loro presupposti filosofici, teologici, cosmologici. In questo caso dovremmo aver letto in precedenza decine di pagine di minuziosi appunti che ho suggerito invano all’autrice di mettere a disposizione dei visitatori della mostra. Da tale lettura scopriremmo che le sculture, e più in generale il percorso espressivo ed esistenziale della scultrice, si inserisce in quell’ambito che in più scritti ho chiamato «la spiritualità delle avanguardie».
Le avanguardie del Novecento ricevono in eredità dal simbolismo (che a sua volta l’aveva ricevuto in eredità dal neoplatonismo … ecc.) una tensione a essere, allo stesso tempo, «assolutamente moderni» e risolutamente arcaici. Alla base di questo atteggiamento c’è una concezione spirituale della realtà che non accetta i dogmi delle religioni canoniche, con le loro presunte evidenze, constata la pervasività del mistero a tutti i livelli di realtà, tanto più nella sfera scientifica che esplora insistentemente, e cerca di penetrarlo per gradi, seguendo cioè un metodo iniziatico. Ecco, le opere di Fiorella sono pervase di pensiero iniziatico – un aggettivo, «iniziatico», che io preferisco a «esoterico», che è pur sempre un suo sinonimo. Questa spiritualità modernissima e arcaicizzante è chiaramente paradossale: e infatti si manifesta attraverso un’arte iperspirituale e ultramateriale allo stesso tempo, com’è anche l’arte di Fiorella.
Il punto di incontro di uno spirito e di una materia iperbolici è il numero: e infatti l’arte di Fiorella si innesta su di un’aritmetica cosmologica e una geometria sacra. Tutto ciò che esiste e ha senso può essere letto e ordinato in una prospettiva numerologica: persino un quartiere nuovo di zecca, o forse meglio un territorio nato in provetta all’interno del laboratorio dell’urbanistica più o meno avanzata. Anche a questo pseudo-quartiere farebbe un gran bene essere bruciato con l’acqua e lavato col fuoco: scoprirebbe magari di poter avere non solo un tracciato di riferimento, ma anche un vero e proprio disegno di fondo.
Potremmo osservare le opere di Fiorella essendo a conoscenza del loro substrato teorico ma prescindendo da esso, o cercando di andare al di là da esso. Avremmo allora la sensazione che quei simboli così minuziosamente tratteggiati, quelle forme composte secondo un ordine sacro, pongono degli enigmi ben più radicali di ogni possibile soluzione. Le loro forme così nette, le loro superfici così minuziosamente solcate, non attenuano il senso di allarmante mistero che emana da esse.
Sono opere risolute, decise, nel loro imporsi allo sguardo, ma fortunatamente non risolte. L’interrogativo insomma rimane aperto, ed è per questo che insistiamo nel porcelo osservando queste opere. Il disegno stesso che esse manifestano è precisamente delineato, ma non è circoscritto, non è concluso: le line di Opera 72, per esempio, sono effettivamente 72, ma potrebbero continuare all’infinito pur partendo dallo stesso centro. E le linee a L di Elementum dischiudono, più che racchiuderlo, il senso.

Roberto Borghi