dal 15 giugno al 8 luglio 2017

Il punto di partenza, per me di fronte a queste opere di Nitti, sono le vecchie foto in bianco e nero, magari un po’ seppiate, di tanti anni fa – così belle, così poetiche e malinconiche, così retoriche sulle pagine di facebook o nei libri del filone “la vita com’era”… Ma qui, nella misura in cui fanno parte di una memoria reale, e non edulcorata, quelle vecchie foto si presentano come relitti, frammenti di passato, deformati, strappati, cancellati, quasi illeggibili a volte, coperti da strati e concrezioni di altri ricordi, di altre immagini e parole, a loro volta frammentari, illeggibili.
Quello che non ci si aspetterebbe è che questa memoria difficile sia così carica di vitalità: sembrano ectoplasmi, le presenze umane, ma non svaniscono in lontananza, al contrario ci vengono incontro, addosso, e pur fra tanti ostacoli chiamano la nostra attenzione; e gli oggetti (quelli per cancellare, ma insieme a quelli per scrivere) si impongono con il loro esser lì fisicamente, materiali, concreti, e non solo come rappresentazioni: questa è una penna, questa è una gomma, con buona pace di Magritte.
C’è in queste memorie (non personali, beninteso: a scanso di letture liriche e sentimentali) la contemplazione oggettiva, non necessariamente serena, ma quasi distaccata, del tempo che passa. C’è anche, mi sembra, l’ordine nascosto, l’armonia segreta che emerge dall’apparente caos di linee e di forme, dal gioco sottile, ma insistito, dei rimandi e delle citazioni. E, insomma, c’è la consapevolezza che tutto, certo, finisce, ma nulla, mai, finisce del tutto.
Alberto Cristofori