Keep your distance

A SOLO EXHIBITION

di Siu Kim

11.04.2018 – 05.05.2018

 

Nothing is forever!
La riflessione su temi del sociale non è un argomento nuovo per Siu Kim, già diversi anni fa li aveva affrontati in un’altra mostra; con l’utilizzo e la rappresentazione pittorica di capi di abbigliamento usati divenuti scarto della società, mettendone in risalto le potenzialità espressive ed evidenziandone il processo d’invecchiamento.
In questa esposizione milanese, l’artista ci propone un gruppo di opere riguardanti la sua ultima produzione: sono foto e dipinti di sculture realizzate inconsapevolmente da alcuni residenti della città in cui vive. Non è infatti difficile vedere per le strade di Changwong queste “opere”, installazioni inconsuete diventate di uso comune. Questi apparati posticci sono utilizzati come strumenti di segnalazione visiva e stanno a indicare il possesso di una proprietà – suolo, accesso o quant’altro – di rigoroso utilizzo privato. Si tratta di segnalazioni, talvolta corredate di testo, che sottolineano l’esercizio di un diritto, consentendo a chi le ha realizzate la massima libertà di azione e scongiurando nel contempo la sosta di individui non autorizzati. Per l’artista, naturalmente, al di là del problema del parcheggio, c’è molto di più. Siu Kim ha infatti scelto per questa esposizione un titolo che suona come un avvertimento: induce il visitatore a mantenere una certa cautela, la massima vigilanza in qualsiasi tipo di azione, non solo fisica ma anche mentale. “Keep your distance”, sembra suggerire l’artista, “evita di violare lo spazio altrui”! Questa prescrizione va rispettata non solo in prossimità di un parcheggio o nei pressi di un cancello, dove c’è scritto a lettere cubitali in coreano “No parking”, ma sempre e soprattutto nei rapporti umani. Le strutture casuali da lei riprese sembrano vere e proprie sculture di un’avanguardia tra le più raffinate. In Italia e a Milano ne abbiamo viste anche troppe negli ultimi anni di queste sperimentazioni, ormai canonizzate, la cui dinamica costruttiva come la loro messa in opera è stancamente ripetitiva, così come la presenza di un reale spessore. La stessa dinamica creativa, in Corea come in Italia: si attacca una mensolina, ci si aggiunge un mezzo mattone, come una ricetta o in omaggio all’Arte povera, poi mezza gamba di un tavolo, all’occorrenza ci si spruzza sopra anche un po’ di profumo e come ultimo elemento della lista – che va molto di moda – s’inserisce un vegetale, una foglietta e a volte un’intera pianta. E allora Siu, inconsapevolmente in linea con queste tendenze “rinnovatrici”, decide di dipingerla questa natura morta, questo still life che il caso gli mette sotto gli occhi, perché la ritiene interessante o forse perché ha un valore antropologico o simbolico. Al di là di ciò, ha solo voglia di dipingere, ma poi vi ricerca una ragione. Mi viene in mente qualche dipinto dell’Arcimboldo, oltre alle più conosciute composizioni di frutta, in cui materiali dissimili come pentole, spezzoni di rami e quant’altro, sono associati in una rappresentazione antropomorfa. Oppure il motivo, molto in voga a Pergamo nel II secolo a.C., del “pavimento non spazzato”, il cui inventore fu un certo Sosos, come ricorda Plinio. Per Siu è diverso e molto semplice, lei rappresenta gli assemblaggi casuali che qualcun’altro ha realizzato, deformi composizioni di rottami utilizzati come elementi segnalanti. Questo tipo di quadri potrebbe essere assurdamente considerato l’esempio di riferimento di un genere di rappresentazione pittorica non ancora codificato che per gioco può essere nominato “Distance life painting”.
L’uomo, come la bestia, è un essere territoriale e difende da qualsiasi intromissione ciò che possiede e ha conquistato; si guarda bene dal trovarsi ostruito il cancello di casa, così come dal farselo oltrepassare da un intruso. Sul suo parcheggio non ci vuole niente e nessuno! E allora che fare? Ci piazza un accrocco fatto di oggetti ormai inutili e rabberciati, a mo’ di “spaventapasseri” per esseri umani, nella speranza di limitare l’approssimarsi dei suoi simili. E per la casa? Ci vuole un allarme, delle telecamere e così allevia il timore dell’intrusione.
Se non bastasse, ci mette anche un cane grosso e cattivo nel cortile e in bella vista, così che scoraggerà l’indesiderato mostrando i canini. L’artista dipingendo queste immagini le fa proprie, dando loro un nuovo significato.
Questi dipinti sono realizzate con una tecnica che ha elaborato facendo slittare sulla tela la materia del colore utilizzando esclusivamente le mani. In questo modo ha intuito empiricamente che la mescolanza delle tinte, generata da questo procedimento, crea anche una varietà cromatica interessante. Involontariamente e con pretese tutt’altro che impressionistiche, Siu Kim si ricollega al piacere della vibrazione cromatica, eliminando inoltre il romanticismo della pennellata e la pedante concordanza dei colori – che fa tanto “quadretto” – per allagare le sue rappresentazioni con un nero che si trova ovunque. Questa sorta di disarmonia, generata dalla presenza di questo colore negli impasti – un tempo rifuggito dai “bravi pittori” come il diavolo l’acqua santa – oggi è divenuto regola e conscia di quella che è diventata una “maniera internazionale”, ne esaspera, a ragione, i modi. Questo rapporto con il nero non le deriva affatto, come si potrebbe sospettare, dall’espressionismo o da un’incapacità di vedere le variazioni cromatiche delle zone scure o in ombra, ma da un fattore culturale: la tradizione coreana, come quella di tutta l’Asia, si fonda su modelli di rappresentazione che, nella maggior parte dei casi, sono eseguiti a un solo colore: il “black ink”. L’inchiostro scuro, tendenzialmente usato sulla carta, è il carattere, il testo, la stampa, ma anche quella traccia invisibile che chiamiamo disegno e che utilizziamo per dare forma all’esistente. La gradazione chiaroscurale, su cui queste culture dell’altra metà del pianeta hanno determinato le loro scelte espressive fin dall’antichità, ha una gamma molto ristretta. Per loro la descrizione figurata, come anche quella del verbo, avviene senza mediazioni tra il bianco e il nero, evitando il più possibile mezzi-toni. Per questa ragione, le pitture di Siu Kim appaiono brutalmente; immagini realizzate senza troppe mediazioni tecniche o espressive che presentano il soggetto solo per quello che serve e nella maniera in cui valga ancora la pena dipingerlo. Con questo medium, che potremmo definire arcaico, che è la pittura, Siu vorrebbe, per quanto le è concesso, conoscere il mondo e in questo caso anche le ragioni individuali che conducono alle distanze sociali. Dal suo punto di osservazione, non è difficile constatarlo, ogni luogo fisico deve stare al riparo dalle intrusioni e ogni spazio di pensiero va preservato dalle intromissioni non gradite. Il posto auto, la casa, il lavoro e ogni altro “territorio dell’immateriale” va difeso e tenuto sotto controllo, per un diritto o in virtù dell’esercizio di una forza.
Nell’invisibile gerarchia dei “luoghi mentali”, dove quasi nessuno si azzarda a proporre una sorpresa improvvisa e poco gradita, siamo tutti in accordo con il potere dominante, lecito o meno che sia, purché questo ci si presenti con una credibile autorità. Altre volte non possiamo sottrarci né al giogo di un ostracismo invisibile, che inspiegabilmente blocca il passaggio in un cammino metaforico, né ai segnali di una società che rimarca la proprietà attraverso ogni sorta di artificio. Nonostante le apparenze, la violenza del messaggio taciuto è la stessa e tutto ciò accade sotto i nostri occhi. Non siamo poi così dissimili dalle bestie, pronti ad attaccare con e senza avvertimento, nel momento in cui si accorciano le distanze. Per questo Siu Kim sottolinea che le distanze sussistono ovunque e che se c’è uno spazio in cui queste si possono eliminare, quello è nel pensiero. Lei stessa dice: “occorrerebbe prima di ogni altra cosa avere maggiore spazio nella mente per tollerare le distanze esterne”. L’artista dubita della realtà contemporanea – della sua natura scontata e prevedibile – cerca un punto debole in cui inserire la leva dei ragionamenti espressi nel linguaggio visivo, il suo piede di porco, e preme nel tentativo di scardinare i modi di un pensiero collettivo stanco e che ciclicamente si ripresenta. La sua riflessione scaturisce da un’osservazione interna ed esterna a sé stessa – ogni artista lo fa a modo suo per conoscere il mondo e riuscire a viverlo – la sua esperienza ha un taglio esistenzialista più che politico e nel suo realizzarsi sfocia in una contestazione dell’esistente. Attraverso questa critica del quotidiano, Siu Kim vorrebbe tentare di stabilire un equilibrio armonico con l’esistenza e sentirsi libera dalla schiavitù generata dal capitalismo. Per questa ragione s’interrogasulla questione del possesso, della proprietà e su quanto questi aspetti possano limitare la libertà individuale. Quella condizione per certi versi più vicina all’animale: l’essere che esiste senza condizionamenti. Per questo ci chiediamo, si può possedere senza violare, senza sentirsi violati, nella propria individualità? E in che modo potremmo riuscire a sentirci liberi? Ma i vincoli di una società organizzata scoraggiano l’individuo all’aspirazione di una libertà individuale. Senza con questo voler manifestare simpatie politiche ma ricorrendo criticamente alle parole di Marx, diciamo che l’artista è colui, che sensibile alla natura, tende a elaborare un’ipotesi “scientifica” per una società non più divisa. E proprio con le sue opere, Siu Kim evidenzia quanto la struttura sociale e urbana della città è oggi più che mai un organismo che divide invece di unire.
Che dire di più? Con questa riflessione non convenzionale, attraverso i mezzi presentatici, Siu Kim, che certamente osserva l’esistente da un taglio diverso, non solo per la forma dei suoi occhi, ci ripropone, probabilmente senza rendersene conto, il tema della vanitas, che noi europei conosciamo molto bene.
Nelle sue opere, a ricordarci chi siamo e dove andremo, non campeggia il teschio barocco ma gli scarti di un’evoluzione pagata a caro prezzo. Anche se non della stessa sostanza dell’osso, i suoi dipinti rappresentano qualcosa che è stato e non è più: nulla è per sempre.
Piero 1/2Botta

Guardare dallo spioncino
Artista e città si delineano come i principali soggetti del dramma platonico.
Nello Stato Ideale la presenza dell’artista è precaria e soggetta ad un giudizio censorio. Poeti e pittori sono infatti considerati “imitatori dell’oggetto di cui gli altri sono artigiani”, creano simulacri, copie illusorie, minando l’ordine sociale fondato sul principio di identità e sulla suddivisione del lavoro. Il problema della mimesi sorge allora come ciò che permette di spiegare l’inclinazione umana, favorita da false rappresentazioni mitiche e teologiche, a essere altro da sé.
Lo sguardo di Siu Kim, uno sguardo da sfinge, anche un po’ meduseo, ci porta per le strade della sua città Changwon mostrandoci tecniche e dispositivi di custodia della proprietà che iterate nel tempo si sono affermate nel contesto urbano fino a divenire forme familiari – schemi “rituali” registrati dall’artista per mezzo della pittura in dipinti che appaiono ai nostri occhi come trompe-l’oeil del divieto. Le scrostate e sbiadite cancellate di Siu Kim sono pittura della pittura; e da questo rapporto con il simbolo scaturisce una verità nascosta e più segreta, un rapporto più ravvicinato con le viscere e con lo stesso midollo di ciò che è reale. Poiché non sono chiari né univoci i simboli; e come ricorda Benjamin, tutto diviene simbolico, l’ordine si trasforma nuovamente in disordine e in caos simbolico.
Tengo a precisare che l’arte di Siu Kim ci porta su di un terreno ostico, quello del confronto culturale, che favorisce l’operazione educativa del mettersi in discussione.
Tale avvenimento richiede allora un lungo allenamento in un ordine di giudizio che è quello più visceralmente contrario al nostro abito nazionale.
Keep your distance! La prescrizione di questo divieto riguarda chi è al di fuori dal Noi. Se l’uomo esiste abitando, lo fa (ancora) escludendo l’altro, per custodire sé e le proprie cose. Esclusione dell’alterità e difesa della proprietà. L’uomo come l’artista crea paesaggi ed è in grado di curvare lo spazio a suo piacimento, il più delle volte con filo spinato, mura e cancelli. È una lotta in cui si perde di vista il ruolo dei cacciatori e dei cacciati; e forse nemmeno è importante rilevarlo dato che ne va della sopravvivenza di ciascuno. Da un cancello passe-partout Siu Kim ci permette di sbirciare una di quelle scene in cui i ruoli si confondono: nell’atto dell’infrazione del divieto, il lupo, il cacciatore, l’altro, paga la sua violazione con un fatale morso alla giugulare1.
Ma insieme alla vita e alle cose, entro spesse mura, difesi da sentinelle armate e sistemi di allarme si custodiscono anche conoscenza e verità. In lingua tedesca si scrive wahrheit e non è ciò che si manifesta ma ciò che si custodisce, ciò che si conserva. Spesso negata, mai gratuita né democratica, nemmeno il Grande Inquisitore la può svelare: l’importante è negarla, custodirla dentro le mura della città proibita.
E sono proprio le città con i loro spazi finiti a fissare limiti; ma è il tempo a spaventare di più l’artista. Il tempo obbliga alla determinazione ed erige una barriera di fronte alla fantasia, al desiderio. Fissa un patto perché avvenga il passaggio dal possibile al reale. Non è forse il tempo la merce che Mefistofele vende al Dottor Faust? Hurry up Siu! Ma è necessario superare detto stadio, e per sistemare la faccenda, lasciar morire la morte, alienare la stessa alienazione.
E ciò in vista di una risurrezione autentica dell’anima, nel trapasso dallo stadio contemplativo al processo attivo come estremo tentativo di ripristinare l’antico colloquio dell’immersione nella natura – affondandovi le mani dentro – e l’ancestrale ed erotico desiderio della creazione artistica.
Elia Gaetano